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    Home»Mondo»Biden batte tutti nelle spese per la difesa
    Mondo

    Biden batte tutti nelle spese per la difesa

    Domenico MaceriDi Domenico MaceriAprile 20, 20220 VisualizzazioniTempo lettura 5 min.
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    Joe Biden - https://www.flickr.com/photos/gageskidmore/
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    Il professor Domenico Maceri, apprezzando il nostro sito, ha inviato un suo articolo al nostro indirizzo di posta elettronica. Il pezzo, che pubblichiamo a seguire, è sul forte aumento delle già alte spese militari Usa proposto da Biden.

    Foto di Michael Payne da Unsplash

    Il bilancio di Biden e le spese scandalose sulla difesa “Le spese per le armi sono uno scandalo”. Così Papa Francesco mentre parlava all’organizzazione umanitaria “Ho avuto sete”. Il Pontefice reagiva alla febbre di aumenti di spese per la difesa in Europa causati in buona parte dall’aumento della paura fomentata dall’invasione russa all’Ucraina. I governanti però sembrano essere influenzati poco dalle sagge parole di Papa Francesco. L’America in primis. La proposta di bilancio del presidente Joe Biden al Congresso include un aumento di 31 miliardi di dollari per la difesa, ossia 4% in più del 2022, per un totale di 813 miliardi. Se il Papa si riferiva alle spese scandalose in parecchi Paesi la sua asserzione si applica certamente ai fondi richiesti da Biden.

    Al livello internazionale le spese statunitensi sono al primo posto ed equivalgono a quelle degli altri 7 Paesi che più spendono per la difesa. Questi includono la Cina e la Russia ecc. Gli Stati Uniti spendono quasi tre volte quello che spende la Cina, il secondo Paese “spendaccione”. Si calcola che delle spese federali annue statunitensi il 52% va per la difesa e il resto per necessità domestiche.

    Con pochissime eccezioni i legislatori americani alla Camera e specialmente al Senato approvano le spese sulla difesa in maniera largamente bipartisan. L’anno scorso solo il senatore Bernie Sanders del Vermont e altri dieci dei suoi colleghi hanno votato contro queste spese preoccupanti. Alla Camera una stragrande maggioranza ha anche approvato il bilancio (363-70). Con altre proposte legislative è quasi impossibile al Senato e alla Camera trovare terreno comune specialmente negli ultimi anni quando le divisioni nel Paese sono divenute più marcate. Al momento per esempio la giudice Ketanji Brown Jackson, nominata da Biden alla Corte Suprema, sembra che sarà confermata con una risicata maggioranza. Tutti i senatori democratici voteranno a favore ai quali si uniranno una manciata di senatori repubblicani. In anni passati i giudici alla Corte Suprema venivano tipicamente confermati con stragrandi maggioranze bipartisan. Votare contro spese per la difesa però richiede coraggio e molti legislatori negli Usa ne posseggono poco.

    L’aumento delle spese sulla difesa proposto da Biden rientra anche nella dinamica delle elezioni di midterm. Il clima di tensione causato dall’attacco all’Ucraina richiede una reazione e spendere più soldi equivale a fare vedere i muscoli e non cadere nella trappola di apparire una colomba davanti a un leader totalitario come Vladimir Putin.

    Foto di Joel Rivera-Camacho da Unsplash

    Il resto del bilancio proposto dall’attuale inquilino della Casa Bianca cerca anche di remare a sinistra con la proposta di imporre una tassa minima del 20% alle famiglie con patrimonio superiore ai 100 milioni di dollari. Ciò farà sorridere la base del Partito Democratico ma non ha nessuna possibilità di azione legislativa. I repubblicani hanno già dichiarato la loro opposizione e anche se la Camera, dominata dai democratici, lo approverebbe, al Senato sarebbe quasi impossibile ottenere due terzi dei voti necessari. La proposta di bilancio del presidente in effetti non è altro che un’aspirazione per confermare le priorità dell’inquilino della Casa Bianca, una maniera per reiterare la piattaforma del presidente. In effetti, la proposta di bilancio cerca di sorridere agli elettori alla luce delle elezioni di midterm questo novembre nelle quali i democratici potrebbero avere serie difficoltà a mantenere la maggioranza sia alla Camera che al Senato.

    La spesa sulla difesa però farà sorridere di più il Military Industrial Complex, le aziende che producono gli armamenti comprati dal governo americano. I più grossi beneficiari includono Lockheed Martin (47 miliardi di vendite), Boeing (30 miliardi) e Northrop Grumman (23 miliardi). Queste aziende non solo producono e vendono alle forze armate americane ma ovviamente anche all’estero. Uno degli importanti clienti è l’Arabia Saudita che usa queste armi per continuare la disastrosa guerra in Yemen che dura da 7 anni e ha causato la morte a 400 mila persone. Questo conflitto è stato in grande misura dimenticato dai media occidentali mentre quello in Ucraina riceve la comprensibile attenzione per la paura di un possibile ampliamento del conflitto ad altri Paesi europei. Si crede che un’interruzione di armi americane all’Arabia Saudita porrebbe fine al conflitto con lo Yemen. La presenza e la disponibilità delle armi non risolve necessariamente i conflitti né ci rende più sicuri.

    Al di là delle spese per la difesa del governo gli americani sono armati fino ai denti anche al livello individuale con quasi 400 milioni di armi da fuoco. Il 40% della famiglie americane, ossia 80 milioni, ne possiede almeno una. Se il possesso di armi dovrebbe renderci sicuri gli Stati Uniti dovrebbero essere il Paese più sicuro al mondo. Ciò ovviamente non è affatto vero come ci rivelano le troppo frequenti sparatorie e le morti accidentali con armi da fuoco. Gli Stati Uniti sono al primo posto al mondo per morti causate da armi da fuoco che sono facilmente accessibili. Forse Papa Francesco ha ragione. Le armi in possesso di individui o nazioni sono scandalose.

    =============

    Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.
    Joe Biden Military Industrial Complex spese militari Usa Vladimir Putin
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    Domenico Maceri

    PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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