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    Home»Mondo»In fondo siamo tutti meticci e… migranti
    Mondo

    In fondo siamo tutti meticci e… migranti

    Alessandro ColuccelliDi Alessandro ColuccelliGiugno 20, 20220 VisualizzazioniTempo lettura 6 min.
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    In effetti se ci pensiamo bene, gentile lettore, siamo tutti meticci, migranti, incroci tra nonni e nonne di varie regioni, in Italia come in tutte le nazioni del mondo. Io per esempio, con il cognome che mi ritrovo, classico pugliese derivato da Nicola, certamente valdostano non potevo essere. In effetti i miei nonni, originari della provincia di Foggia, dopo aver girato un po’ l’Italia si stabilirono a Milano nel 1920 e lì diedero vita alla famiglia e ancora oggi i vari discendenti abitano lì. Compreso mio padre, nato vicino Napoli, ma a Milano cresciuto da bimbo a uomo, che però dopo vent’anni che viveva a Roma, io bambino, ancora parlava in milanese all’ora di pranzo: “mi passi la michetta?” con la “e” stretta, intendendo il tipico pane romano, la rosetta. Migliaia di famiglie tra fine 800 e i primi anni del 1900 partirono per andare a cercare fortuna, quindi migranti, nelle miniere del Belgio o della Francia o fino in Australia e in America, magari a lavare i piatti o lavorare nei campi, come facevano già nel loro paese, dove imperava la fame. Dobbiamo ricordare noi italiani che tanti nostri bisnonni e nonni emigravano in sud America per lavori agricoli in autunno e inverno, ma lì periodo di raccolta, li chiamavano “golondrinas”, ovvero rondini, perché all’arrivo della primavera tornavano indietro per ricominciare a lavorare nei campi in Italia, meglio a faticare senza un domani. Portarono la loro disperazione unita a miseria, ma anche, cosa più preziosa, i loro dialetti, le loro usanze, i loro vestiti e i loro canti. Si sposarono, tantissimi fra loro ma anche tantissimi con donne e uomini di quelle nazioni, dando vita a italiani di seconda generazione e così via.

    Se analizziamo il termine meticcio dal punto di vista etimologico, al di là dell’utilizzo per gli animali (incroci di due razze diverse) scopriamo che deriva dal greco μέτοικος (métoikos). Da esso deriva, attraverso il latino metoecus, proprio il nostro “meticcio”. Nell’antica Atene, i meticci erano gli stranieri greci residenti nelle città-stato per un periodo di tempo determinato (un anno), in particolare erano obbligati a iscriversi in liste (per differenziarli dai cittadini), a trovare un protettore, a pagare una tassa sulla persona. Nelle classi, i meticci occupavano una posizione intermedia: prima di loro c’erano i cittadini e sotto a loro c’erano i “non liberi”, insomma degli inferiori. In effetti in epoca più vicina con il termine meticcio, in spagnolo e portoghese, si definiscono gli individui nati da due etnie diverse. In origine con questo termine si indicavano le persone nate dall’incrocio fra i conquistadores europei, essenzialmente spagnoli e portoghesi, con le popolazioni indigene precolombiane. E ancora si stratificava la società, non siamo tutti uguali.

    Georges Moustaki-1974
    Foto di Mieremet, Rob / Anefo under CC BY-SA 3.0.

    E allora parliamo di un certo Giuseppe Mustacchi, nato ad Alessandria d’Egitto, che l’italiano lo parlava da piccolo, essendo la sua una famiglia di ebrei sefarditi originari di Corfù, isola greca ionica dove l’italiano era lingua corrente. Nel 1969 questo strano tipo barbuto, che cantava con un accento ancora più strano, si fece conoscere in Italia con questa canzone: “Lo straniero”. Il suo nome era Georges Moustaki, sembrava un tipo greco, però era francese. La canzone era stata scritta in francese con il titolo “Le métèque”, il meticcio, proprio poco tempo prima e in italiano l’aveva tradotta Bruno Lauzi. Ma perché meticcio? Sembra che la canzone sia nata da un episodio particolare. Moustaki, viveva in Francia da anni, aveva conosciuto una signora con cui aveva stretto profonda amicizia, diciamo così. Ogni volta, però, che il giovanotto osava esprimere un parere diverso da quello della sua amica, costei lo zittiva dicendogli: “tais-toi, tu es un métèque”; “taci, tu sei un meticcio”.

    E allora sentiamolo:

    [one_half]“Con questa faccia da straniero

    sono soltanto un uomo vero

    anche se a voi non sembrerà.

    Ho gli occhi chiari come il mare

    capaci solo di sognare

    mentre ormai non sogno più.[/one_half]

    [one_half_last]Metà pirata, metà artista

    un vagabondo un musicista

    che ruba quasi quanto dà

    con questa bocca che berrà

    a ogni fontana che vedrà

    e forse mai si fermerà.”[/one_half_last]

     

    Il cantautore volle risponderle ironicamente in musica, scrivendo questa canzone che è sì una canzone d’amore, ma la canzone d’amore di un etereo, strampalato, libero, vagabondo, un sognatore. Con l’aggiunta di una musica intrigante mezza greca, in quegli anni in cui tra Zorba e Colonnelli il sirtaki era ascoltato spesso. Un ritmo intimo e mediterraneo che si fonda sulle basi musicali greche che l’autore aveva ereditato dalle sue origini. Stranieri, insomma. Stranieri in patria. O stranieri intermedi; dandogli del métèque, la sua amica gli dava un significato di indefinibile, di intermedio, di meticcio appunto. Gli dava di qualcuno cui, nonostante l’amicizia e non solo, non era riconosciuto lo status di “francese”. Non era “puro”, ma poi che significa puro?  E così lo metteva a tacere. Ci ricorda qualcosa? Riflettiamoci seriamente, perché questo è il domani…Meteco, meticcio, emigrato, immigrato, senza casa, senza terra, apolidi, senza radici, persone sospette, strani personaggi venuti da chissà dove, portano sempre dolore, prenderà qualcosa? …….

    George continuava:

    [one_half]“Con questa faccia da straniero

    sopra una nave abbandonata

    sono arrivato fino a te[/one_half]

    [one_half_last]e adesso tu sei prigioniera

    di questa splendida chimera

    di questo amore senza età.”[/one_half_last]

     

    Foto libera da Pixabay

    E quando arrivano, come oggi, sulle nostre coste disperati su barconi di fortuna o come in questi mesi famiglie, spesso solo donne con figli, perché il marito è rimasto a combattere, in una pena che non vede fine, purtroppo tanti di noi, prima ancora di portare aiuto si domandano: che vorranno? come faremo? E invece negli anni questi povere donne e bambini si integreranno nella società, nasceranno altri bambini, come già oggi succede e saranno italiani, va bene di seconda generazione, ma li sentiremo all’uscita di scuola, con tratti slavi, asiatici o moretti, parlare e anche strillare nei dialetti delle città dove vivranno e cresceranno.

    Foto di apertura “Migranti italiani a Ellis Island, bagagli e cambio moneta – 1910”-

    Foto della The New York Public Library su Unsplash

    Georges Moustaki Lo straniero meticci migranti
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    Alessandro Coluccelli

    Nato a Roma - 1954. Diploma maturità classica col massimo dei voti. Dal 1976 nella redazione del TUTTI, partecipa a tutte le iniziative dell’A.I.G.E, del CEGI e del Comitato Italiano Giovani dell’Unicef. Dal 1985 responsabile ammin. e aff. gen. presso IPALMO; poi, fino al 1993, stesse mansioni presso MONDIMPRESA, UnionCamere. Dal 1993 al 2011 titolare di un agriturismo in Umbria, Presidente Ass. agrit. Umbria Terranostra-Coldiretti e membro della Giunta. Dal 2012 al 2015 gestore di una dimora storica, ricettiva, del 1400 e creatore e gestore di un Museo del Vino in provincia di Lucca. Dal 2015 a marzo 2020 responsabile gestione per due strutture ricettive del centro di Roma.

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