Le regole valgono solo per gli altri. Trump le infrange se le considera un ostacolo ai suoi progetti. Senza problemi rimuove e ordina di licenziare Erika McEntarfer, la direttrice del Bureau of Labor Statistics (l’agenzia governativa dei dati sul lavoro nominata da Joe Biden). Erika McEntarfer commette il torto, si fa per dire, di diffondere numeri sull’occupazione americana non graditi al presidente degli Stati Uniti.

Piovono fischi su Trump. Non sono tempi splendidi per il magnate di New York. Le minacce e i ricatti non sono un buon tonico. Calano i consensi. La maggioranza degli americani lo boccia. Più precisamente: è critico il 52% dei cittadini statunitensi mentre il 46% lo promuove. Il sondaggio del Wall Street Journal aggiunge, però, che l’opposizione democratica è in coma profondo.
I segnali sono contrastanti ma emerge con nettezza la discesa della fiducia verso il presidente populista repubblicano. Pesa il caos in tutti i settori. I motivi sono tanti: l’inflazione causata dai dazi minacciati ed attuati, la messa in discussione della sanità pubblica con pesanti tagli, la riduzione delle tasse dei redditi alti e delle multinazionali digitali, gli arresti e le deportazioni di massa degli immigrati irregolari, l’autoritarismo lesivo dei diritti umani e civili. Regole severe per i bassi redditi e generose per i ceti abbienti. Regole generosissime per i suoi sostenitori. Grazia gli estremisti trumpiani responsabili dell’assalto al Congresso il 6 gennaio 2021 contro le elezioni presidenziali vinte da Joe Biden e da lui considerate rubate. L’ultima tegola sulla testa è piovuta con il caso Epstein, per i controversi rapporti con il finanziere pedofilo condannato e morto suicida in carcere.

Si sono moltiplicate le manifestazioni nelle città americane con lo slogan “no a un re”. Proteste contro gli arresti di massa degli immigrati illegali hanno causato anche violenti scontri con la polizia. Tuttavia un campanello d’allarme particolarmente grave è suonato con i sinistri fischi a Donald Trump. Una parte degli 81.118 spettatori dello stadio MetLife nel New Jersey lo ha contestato clamorosamente. Al MetLife si è svolta la finale della prima Coppa del Mondo FIFA con il nuovo formato a 32 squadre. I fischi a Trump sono scattati una prima volta quando era in tribuna, ma la contestazione si è fatta più forte quando è salito sul podio, dopo la partita di calcio che ha visto il Chelsea battere il Paris Saint-Germain.
Egli ha incassato i micidiali fischi insieme a degli applausi. Non sono certo usuali i fischi per un presidente degli Stati Uniti d’America, la prima super potenza del mondo. Soprattutto per un inquilino della Casa Bianca che promette una “età dell’oro” e dice di vantare risultati eccezionali in tutti i campi.

Trump è «il miglior presidente degli Stati Uniti» disse Basher al-Assad nel 2019. Il giudizio dell’ex dittatore della Siria sul suo avversario americano fece scalpore. Tuttavia quel giudizio non dispiacque all’interessato che condivideva e condivide quella superlativa considerazione su se stesso (allora era al primo mandato alla Casa Bianca, adesso è al secondo).
Il rispetto delle regole va stretto a Trump. Così in sette mesi di governo usa una valanga di decreti esecutivi per evitare seri ostacoli come quelli di un voto del Parlamento. È il caso dei “dazi reciproci” entrati in vigore il 7 agosto. Il presidente populista americano smette per un attimo di usare toni trionfali sui meravigliosi risultati economici previsti. Teme una mazzata dei giudici perché i decreti esecutivi li può usare solo in una situazione di emergenza. Teme che una «Corte radicale di sinistra», avverte, potrebbe dichiarare illegali le tariffe reciproche, aprendo la strada a «una Grande Depressione come nel 1929». Conclude con un rebus: «Terribili ma anche meravigliose» sorprese possono accadere.
I fischi allo stadio MetLife, le manifestazioni di protesta dei cittadini, i timori di Wall Street e dei risparmiatori. Tutto si somma. Trump è in forte allarme. L’America è profondamente divisa e metà, il ceto medio bianco impoverito, colonna della sua base elettorale, può voltargli le spalle. L’incubo sono le elezioni di medio termine del 2026 per il Congresso. Perdere la scarsa maggioranza detenuta nel Parlamento per lui sarebbe un disastro.


