Dopo circa 50 anni di vita universitaria, alla vigilia della mia ultima sessione estiva d’esami, provo a fare una breve riflessione sui cambiamenti vissuti durante la mia attività accademica e, soprattutto, sulle problematiche che mi sembrano non risolte dell’Università italiana.
Innanzitutto, ritengo che si dovrebbe fare una maggiore distinzione tra le materie umanistiche e quelle scientifiche, queste ultime del tutto diverse dalle prime nelle loro esigenze. Così diverse, che il tenerle unite in un unico ateneo, con una comune gestione e regole identiche, mi sembra abbastanza problematico. A tacer d’altro, dal punto di vista dei finanziamenti da utilizzare per la ricerca, le caratteristiche dei due gruppi di materie sono differenti. Quelle scientifiche, infatti, necessitano di fondi per la ricerca certamente in misura molto maggiore rispetto a quelle umanistiche.
Si pensi, a mero titolo di esempio, alle spese per le attrezzature tecniche, che possono raggiungere somme elevate e che, per le materie umanistiche, sono quasi inesistenti.
Un secondo punto da evidenziare riguarda la differenza tra i docenti a tempo definito e quelli a tempo pieno. L’Università ha bisogno che i docenti siano presenti in ateneo, non fosse atro che per interagire con gli studenti e per occuparsi dei molteplici problemi che si presentano nella gestione dei Dipartimenti (gli eredi delle vecchie Facoltà).
Con ciò non voglio negare l’importanza dei docenti a tempo definito (categoria della quale ho sempre fatto parte nel corso della mia carriera accademica). Infatti, l’insegnamento di certe materie, ad esempio quelle processuali, sia di diritto interno sia di diritto internazionale ed europeo, meglio si addice a chi quelle materie non ha soltanto studiato, ma ha messo in pratica, cogliendone probabilmente meglio le criticità e i punti rilevanti. Pertanto, ben venga la presenza di docenti part time insieme ai docenti a tempo pieno, ma in ogni Dipartimento dovrebbe esserci un preciso equilibrio a favore di quest’ultimi e ciò per garantire una più accurata gestione del medesimo.
Ciò detto, va anche aggiunto che la divisione tra docenti a tempo pieno e docenti a tempo definito in un Dipartimento non riflette a volte l’effettivo impegno e la presenza dei suddetti docenti nelle strutture accademiche.
Veniamo ora a queste ultime, assai cambiate in 50 anni. Sono stati fatti lavori importanti nelle strutture più antiche e, soprattutto, sono nate numerose nuove università, forse troppe rispetto alle reali esigenze della popolazione studentesca, alcune delle quali non consigliabili ad uno studente che voglia acquisire una preparazione seria. A volte le ristrutturazioni di vecchi edifici sono state di grande impatto, e a volte meno, così come, generalmente, le nuove università sono state edificate tenendo in debito conto i progressi dell’architettura moderna.
Ciò che invece, a mio modesto parere, non ha soddisfatto in alcun modo, sono state le numerose riforme (almeno 5 quelle più rilevanti, ma accompagnate da una miriade di provvedimenti minori) che hanno accompagnato l’università negli ultimi 50 anni. Il troppo frequente cambiamento di norme e provvedimenti attuativi ha creato confusione tra gli stessi addetti ai lavori e tra la popolazione degli studenti, talché, non tutti, ancora oggi, sanno che non vi sono più le Facoltà, sostituite dai Dipartimenti, con spesso troppo numerosi corsi di laurea.
E così potuto succedere, al sottoscritto, di essere “afferente” ad un Dipartimento ma di dover insegnare la propria materia, il Diritto dell’Unione europea, in due Dipartimenti diversi, circostanza quanto meno bizzarra.
Veniamo, brevemente, ai protagonisti della vita universitaria, i docenti, gli studenti e il personale amministrativo.
Quanto ai primi, a ciò che ho scritto sopra voglio aggiungere che non mi ha mai convinto la loro suddivisione in due classi: i professori ordinari e i professori associati. Troppo spesso questa divisione non corrisponde realmente ad una differenza qualitativa o di produzione scientifica ma, piuttosto, al potere di una determinata scuola, o corrente scientifica, rispetto alle altre. Non parliamo, poi, dei giovani che vorrebbero intraprendere la carriera universitaria: la mancanza generalizzata di fondi, quanto meno nelle università pubbliche, rende quella strada praticabile soltanto ai rampolli di famiglie benestanti o ai giovani talmente privi di un sostegno famigliare da potersi accontentare del poco, pochissimo, che offre l’Università, con posizioni, spesso, a termine nel giro di pochi anni. Anche questa macroscopica carenza convince tanti giovani ad iniziare, insieme alla carriera universitaria, una carriera professionale che, in genere, garantisce un compenso sufficiente ad un dignitoso livello di vita ma, nel contempo, rende più difficile l’impegno nella ricerca scientifica.
Gli studenti di oggi appaiono, in genere, meno preparati di quelli di 50 anni fa. Probabilmente non è ancora stato studiato a sufficienza l’impatto dei nuovi media e l’utilizzo costante, nel corso della giornata, di internet, sulla vita dei giovani. Essi, rispetto alle generazioni precedenti, hanno la possibilità di ottenere – sia pure in maniera assai disordinata – innumerevoli notizie ed informazioni ma forse, a causa del minor tempo dedicato alla lettura e all’approfondimento, nella maggioranza sembrano rivelare una modesta cultura e, in genere, preparazione, per affrontare un percorso universitario. E’, questo, un problema che le nuove generazioni di docenti dovranno affrontare, probabilmente modificando la didattica, per venire incontro alle nuove esigenze degli studenti.
Prima di concludere, sono opportune due parole sul personale amministrativo, una volta interlocutore assiduo dei docenti. Esso è, sostanzialmente, scomparso alla vista dei docenti e, immagino, a quella degli studenti, talché oggi il docente deve organizzare i propri esami da solo, ivi compresa la verbalizzazione degli esiti.
E’ difficile trovare una conclusione alla rapida carrellata di temi sopra effettuata se non che, probabilmente, sembrerebbe inopportuna una nuova, ennesima, riforma dell’Università mentre sarebbe più opportuna una razionalizzazione del quadro esistente, eliminando le numerose storture ancora presenti anche a causa dell’incompleta attuazione di ciascuna delle numerose riforme approvate negli anni


