Panettone

Panettone

“Sarà Natale tutto l’anno”. È un verso profetico di una canzone di Francesco De Gregori. Ma è quello che si verifica in realtà, e non in forza di un risveglio e di un forte afflato religioso ma solo per una delle tante conseguenze della secolarizzazione/ergo perdita di spiritualità e l’indirizzamento verso il consumismo. Del resto, cosa c’è da aspettarsi in un mondo dominato dagli economisti e dove la stessa economia viene tradotta nella versione più immediata, ovvero la finanziarizzazione prima e il mercato poi? Lo spettacolo del decoro urbano è sotto gli occhi di tutti. Alla metà di gennaio (ma anche ben oltre) le insegne di Natale sono ancora lì a manifestare l’eternità della celebrazione del Natale e nello stesso momento la sua dissacrazione perché la data certifica la ricorrenza di un evento straordinario e non può essere virata nell’ordinarietà di tutti i giorni. Ma le luci sono l’anima del commercio come la comparsa dei panettoni nei supermercati ai primi di novembre. Un’apparizione se si vuole laica e gastronomica di lunga durata visto che gli stessi dolci vengono riproposti a metà prezzo, quasi una rottamazione, negli stessi scaffali a gennaio inoltrato. Ma che fine faranno i milioni di panettoni invenduti, tra cui quello più caro di tutti, esaltato per la sua qualità in vendita a 850 euro al chilo? C’è chi ipotizza che nella versione del pandoro vengano riciclati per dar vita a un rimpasto in previsione delle colombe di Pasqua. La realtà è che le festività sacre/religiose vengono vampirizzate da una deriva che ricorda il paganesimo. I commercianti hanno pensato che le decorazioni natalizie possano attirare i clienti in tempo di saldo e forse compensano l’oscurità minacciose di città sempre meno sicure (Roma docet). Dove non arriva l’Acea c’è l’iniziativa privata. Funziona pagare bollette più care se il diversivo attira clienti. Quindi non ci stupiamo se le case sono ancora popolate di alberi di Natale e di presepi. Perché il pubblico segue l’onda del mainstream e si adatta.

Per la verità si adattano anche le parrocchie. Per la prima volta quest’anno abbiamo visto alberi di Natale posizionati vicini all’altare in una commistione insolita di sacro e profano. C’è da immaginare che nel prossimo futuro questo “Natale eterno e prolungato” si scontri con la Pasqua creando una sorta di delirio merceologico. Non siamo vaccinati contro questa speculazione commerciale, questa finta celebrazione quanto mai lontana dalla spiritualità del cristianesimo. “Non c’è più religione”? Per quanto ci riguarda siamo stati molto contenti di spegnere la luce Capodanno alle 21.30 a Gerusalemme dove non è mai tempo di festeggiare nella commistione conflittuale Palestina/Israele e dove la memoria di quanto successo a Gaza impediva qualunque forma di brindisi celebrativo. A questa deriva aggiungiamo una constatazione sul prolungamento delle feste. L’attività ordinaria avrebbe dovuto riprendere, calendario alla mano, il 7 gennaio ma a Roma sembra tutto spostato di una settimana vista la proverbiale inefficienza istituzionale della burocrazia che ben si adatta all’indole pigra del genius loci. Anche questo ritardo e questa noncuranza, d’altra parte, entrano a pieno diritto come voce negativa nello stitico PIL nostrano.