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    Home»TUTTI al cinema»Io non so se Dio esiste, ma se non esiste ci fa una figura migliore
    TUTTI al cinema

    Io non so se Dio esiste, ma se non esiste ci fa una figura migliore

    Guido BassiDi Guido BassiSettembre 20, 20258 VisualizzazioniTempo lettura 13 min.
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    Estate 1975. Per la musica è l’estate di “Rimmel” (ne parla Daniele Poto nella sua rubrica), di “I wish You Where Here” dei Pink Floyd (ne parlano tutti), l’estate di tante altre cose, grandi e piccole. Per me, per Bologna e per il suo mondo piccolo, è l’estate di una strana baruffa giornalistica che, non ci crederete, coinvolse la città intera, anche se oggi nessuno la ricorda più. Ma la memoria è buffa, la vita ancora di più. La morte, che non è buffa, spesso si incarica di riportare alla mente ciò che il tempo sembrava avere cancellato, insensibile a qualunque gerarchia di importanza fra i relitti che riaffiorano. Migliorati, in genere. Il profumo del ricordo, si sa, “cambia in meglio” (Guccini).

    Ho conosciuto Stefano Benni a maggio di quell’anno. Al mattino aveva sostenuto l’esame da professionista; il pomeriggio era lì, in via Saliceto, a capo della redazione spettacoli di un piccolo giornale che iniziava quel giorno le pubblicazioni, “Il foglio” (ebbene, sì). Due redazioni e due testate, (“Il foglio di Bologna” e “Il foglio di Modena”), direttore Luigi Pedrazzi, sociologo, anima della rivista “Il Mulino”, di cui era stato tra i fondatori, e della casa editrice che tanta parte ha avuto e ha nella cultura politica italiana (non solo bolognese) A capo della testata modenese, Ermanno Gorrieri, deputato e sindacalista cattolico, allora sull’onda del successo per un libro, “La giungla retributiva”, sull’incredibile varietà di modelli contrattuali e retribuzioni, a parità di mansioni, nei vari enti ed organismi dell’amministrazione pubblica (non ho motivo per pensare che sia cambiato qualcosa). A Stefano sottoposi, mi ricordo, un primo articolo sugli esordi surrealisti di Bunūel, “Un chien andalou” e “L’age d’or” (un festival dell’Unità li aveva in programma quella sera). Gli piacque, e iniziò così la mia “collaborazione esterna” al giornale.

    L’ambizione dei fondatori, appartenenti a quella sinistra cattolica dossettiana politicamente tempratasi l’anno prima nella battaglia in difesa della legge sul divorzio, era quella di occupare lo spazio giornalistico, culturale e politico che si era aperto a Bologna fra il “Resto del Carlino”, mai così a destra come in quegli anni, e “L’Unità”. Uno spazio che comprendeva la sinistra cattolica, quella liberal socialista dei diritti civili e la nuova sinistra dei movimenti. Finì in uno psicodramma da sinistra cilena (o da “Ecce bombo”), per fortuna vissuto fra i “portici cosce di mamma Bologna” che sono sempre una bella rete di sicurezza. La divaricazione fra le diverse componenti si fece insostenibile; sparirono i pochi finanziatori e senza più una lira il giornale sopravvisse alla chiusura con un paio di mesi di occupazione, più giocosa che drammatica, prima di chiudere. Grosse cose si annunciavano nel mondo dei giornali: Eugenio Scalfari, che aveva iniziato a girare l’Italia, venne anche a Bologna, accolto come un liberatore, a presentare il progetto e raccogliere forze per il quotidiano che avrebbe occupato, e alla grande, proprio quello spazio giornalistico e culturale individuato dai fondatori del piccolo Foglio. Più di uno fra i redattori si presentò. Per qualche anno si provvide a mantenere viva la testata con l’indispensabile numero annuale, poi si dovette cederla. Sarebbe stata rilevata vent’anni dopo per un altro progetto.

    Quello che si era visto in quei mesi di battaglie strampalate era però un buon giornale. Al suo interno si erano formate professionalità che, passando per le prime radio libere, si sarebbero distribuite fra la Rai , “la Repubblica” (sulla quale Enrico Franceschini ha ricordato nei giorni scorsi la sua esperienza di giovanissimo in quel felice bailamme ) e “Manifesto”. Quanto a noi, non ci saremmo più rivisti: io a Roma impegnato in tutt’altro, loro nei loro giornali. Stefano, anima satirica del giornale, tornò al “Manifesto” da cui veniva, per poi dividersi fra il Manifesto”, “Repubblica”, “Il Male”, “L’Espresso” e tanto altro, ma soprattutto libri. Sulle colonne del Foglio erano usciti i primi racconti di “Bar Sport”. “Il matto” (firma degli esilaranti corsivi del Foglio) sarebbe diventato uno degli scrittori più letti da tre generazioni di italiani, un “piccolo maestro” senza cattedra. Tradotto in quasi tutte le lingue del mondo, gli mancava il cinese. Stava già male quando in Cina hanno tradotto “Stranalandia”, chiudendo il cerchio. Chissà se anche a Shangai farà lo stesso effetto. Quella sopra è una delle poche foto in rete di quel gruppo. In primo piano Stefano in posa da leader: baffi, pugno chiuso e il cane in braccio e la ragazza sulla sinistra con la “chiclets” in bocca, che vista oggi fa tanto “Un sacco bello”: “Attento fascio, mi padre c’ha provato e sta ancora a piagne’!”

    Emilia antica e moderna. Ogni anno, nei giorni del Cinema Ritrovato, passando davanti alla chiesa dei SS Filippo e Giacomo in via Lame, ritrovo identico il manifesto dell’annuale “Concerto per un amico”. E c’è qualcosa di tenero e di buffo nella somiglianza di questo titolo con quello della canzone che apriva ogni concerto di Guccini: “Canzone per un’amica”. Perché l’amico a cui è dedicato quel concerto (di musica classica, va detto) è Padre Michele Casali, il domenicano che con Francesco Guccini gestiva nei primi anni ‘70 l’Osteria delle Dame. Insieme “sdoganarono” ambiente e clima delle osterie presso i giovanotti come noi, allora estranei. Quei luoghi in cui “si passa la sera scolando Barbera”, come nel “Trani a go-go” di Gaber (i “trani” erano le osterie milanesi), cambiarono genere di avventori.
    Credo che la modernità abbia dato molto e molto avuto dall’Emilia-Romagna, e tuttavia un tratto “genetico”, ineludibile del carattere degli emiliani rimane una perdurante diffidenza nei confronti del “moderno”, così caro e agognato per altri versi: un sentirsi tutti giovani e vecchi nello stesso tempo, moderni e antichi, cittadini e contadini (o montanari). Anche i più metropolitani di noi hanno sempre un luogo del cuore, cioè dei nonni, in campagna o in montagna. Per Pasolini (“più moderno di ogni moderno” per Giovanna Marini) paradigma universale di questo atteggiamento, questo luogo era la Casarsa della madre; per Guccini, modenese di nascita, l’appenninica Pàvana (400 metri slm, ma lui la chiama montagna) in quel di Pistoia; per Benni la bolognese Monzuno, che sarebbe 200 metri più in alto ma fa ridere anche noi chiamarla montagna. Nella canzone scritta per Celentano, poi incisa anche da lui con una strofa in più, (“Vite”), Guccini scherza sull’ultimo dei Mohicani “che ai venticinque si sentiva vecchio”, ma non è che lui abbia aspettato molto di più. Di questo suo sentire fa parte l’amore per le osterie, da lui tradotto, complice l’amico domenicano (anche con Dalla nella foto sopra), nel nuovo mondo giovanile e cittadino. Benni lo chiamavano Lupo perché in quel di Monzuno – dove avevano, diceva, i lupi sotto casa – si divertiva a ululare, che pareva matto, portando a spasso i cani. Antico e moderno anche lui, ma con un’inclinazione, indubbiamente più moderna, verso i bar piuttosto che verso le osterie. Gli piacevano i bar, l’ambiente delle Margherita dolcevita e degli Achille piè veloce; dei comici spaventati guerrieri, teneramente sfacciati, del più bello fra i titoli dei suoi libri.

    Bar e osterie. Certo, una cosa è nascere nel ‘40 e farsi, sia pure da infante, guerra e primo dopoguerra. Tutt’altra faccenda nascere dopo e aprire gli occhietti adolescenti nei mitici anni sessanta. Questo fa di Guccini il poeta delle osterie, di Benni il narratore dei bar. Tre libri di racconti, uno più bello dell’altro: “Bar sport”, “Il bar sotto il mare”, “Bar sport 2000”.  Oggi i bar sembrano moltissimi e continuamente in crescita, ma sono “pub”. Vuoi mettere? Molti dopo le 5 del pomeriggio non ti fanno neanche il caffè; certi neanche prima (“spiacente, non facciamo caffetteria”). I bar veri e propri sono ritrovi di impiegati e chiudono alle otto di sera, salvo eccezioni. Godono pessima stampa: per squalificare quello che dici ti obiettano “è un discorso da bar”. Cioè una cazzata. Ma è una fama immeritata: i bar ERANO un bellissimo congresso permanente di cazzari, e molto altro. Non lo sono più. Ci siamo cresciuti, noi del dopoguerra. I bar con la segatura in terra nei giorni di pioggia, che Flaiano rimpiangeva quando si trovava per lavoro nelle bellissime Isole Sottovento (che palle, dopo la prima settimana di incanto!). I bar col flipper, il biliardo, il biliardino, il juke-box (leggere la “Breve storia del juke-box” di Peter Handke, le due pagine sulla folgorazione dei Beatles). Oggi tragicamente sostituiti da quelli con i video poker.

    I bar sapevano di dopoguerra e mondo nuovo. Erano e sono esercizi diurni (aprono alle 6 del mattino); pub e osterie, alle 7 di sera. Le osterie erano per gli uomini (quale donna si sarebbe fatta vedere all’osteria?), i bar no: uomini, donne, giovani, vecchi, bambini. Promiscui anche socialmente. I bar furono i primi a mettere la televisione, su una mensola lassù in alto. Prima di averla in casa ci si andava per “Lascia o raddoppia” e il festival di Sanremo, i grandi; noi, accompagnati dai genitori, per “L’amico degli animali”, con Angelo Lombardi e Andalù (quello che prendeva in mano i serpenti). Tutti, naturalmente, per le partite della Nazionale, le uniche a passare in TV con esclusione della zona in cui si giocava l’incontro. Se si giocava a San Siro, “con esclusione della zona di Milano” per non compromettere gli incassi. In periferia il bar era il luogo in cui si potevano incontrare persone “poco raccomandabili”, i Cerutti Gino (quando andava bene). Se li conosci impari quando ridere e quando evitarli, ma intanto li conosci.Al banco o ai tavolini del bar si servono caffè e soft drink (“due coche e due caffè “ prendono i quattro amici al bar di Paoli, quelli che vogliono cambiare il mondo); eventualmente dei superalcolici (i whisky delle star al Roxy bar di Vasco), I bar sono stati – e non sono quasi più (a me piacciono ancora) – la nostra vita di società (una parte, della nostra vita; non esageriamo adesso). Chi volesse conoscerli, o ritrovarli, trova in Benni tre libri e centinaia di battute da far girare. Come succede al bar.

    Un curioso. “Allora cosa posso fare?” “Il curioso.” “Non è un mestiere.” “Non è ancora, un mestiere. Viaggi, scriva, traduca, impari a vivere dovunque. L’avvenire è dei curiosi di professione.”Sono parole di “Jules e Jim” il capolavoro di Truffaut. Tratte dai consigli del professore a Jim, tornato dalla guerra del 14/18 e incerto sul da farsi. Ecco, Stefano è stato per tutta la vita un curioso. Della vita, innanzitutto. Della città, della montagna, dei bambini, delle donne, degli sbolinati, degli animali. Storie di periferie, di piazze, di boschi, di fiumi, di carpe. Ha scritto (giornali, raccconti, romanzi, commedie, poesie, sceneggiature), tradotto, promosso gli scrittori che gli piacevano. Ha letto (quei readings che tanto gli piacevano), lavorato sulle musiche e i musicisti jazz più amati: Billie Holiday, Thelonius Monk (cantato no, non era capace). Ha provato anche a fare regia. Non bene: la sua versione con Gianfranco Angelucci di “Comici, spaventati guerrieri” viaggia a distanze siderali dal libro. Ma il cinema gli piaceva. Chi volesse davvero, in questi giorni di ricordi, onorarlo in televisione o al cinema, sorvoli su “Bar sport”. Faccia due passi oltre frontiera e cerchi alla Cinemateque Suisse quell’incantevole film oggi introvabile (ma c’è su You Tube, sottotitolato) che è “Jonas che avrà vent’anni nel 2000”, di Alain Tanner (foto sopra), del ‘75 e gli anni del titolo erano venticinque. Nessuno ci aveva scommesso, lui riuscì a farlo editare in Italia cinque anni dopo, traducendone dialoghi. Ci mise nome e faccia, e fu un piccolo successo. Così un film di un grande regista che rifletteva già così bene la sua poetica, lo ricorda ancora di più. Poi c’è, chiaramente, “Le avventure del lupo”, il documentario presentato qualche anno fa alla Festa del Cinema di Roma in cui tutti quelli che con lui hanno lavorato, da curioso qual era di ogni arte, parlano di lui. Già esaurito, è in corso di ristampa.

    Fleurs. Da una settimana il web è tutto un fiorire di necrologi, ricordi, citazioni. Cuoricini no, quelli no. Neanche gli odiosissimi R.i.P, che il diavolo se li porti. Un fiume di bolognesi, di italiani di fuori e persino di foresti sta testimoniando in rete il suo affetto per il più caro dei coetanei (propri, del padre o della madre, della nonna o del nonno) di cui ha in casa un libro. Spesso più di uno. Seguendo l’invito del figlio Niclas, la camera ardente si è trasformata in un florilegio di letture di brani dai suoi libri, destinate a proseguire chissà fino a quando, dall’Archiginnasio all’Università alle piazze di una città divenuta nei suoi scritti grembo immaginario di una generazione e di un paese così diversi e così uguali. Quelle che corrono di più in rete sono le più semplici, certo, quelle che ci rimbalziamo ridendone da decenni, i “meme”, appunto: “Io ti amo”, la Luisona, ecc. Lui stesso aveva indulto a farsi fotografare col maritozzo della Luisona. Non amava particolarmente, pur grato dell’attenzione, il film tratto da “Bar Sport” e si può ben capirlo. Cinema e televisione non sono mai stati all’altezza della sua scrittura, né avrebbero potuto esserlo. Non lo sono mai stati nemmeno dei suoi maestri francesi dell’”Oulipo” (laboratorio di letteratura potenziale, ne facevano parte anche Umberto Eco e Italo Calvino), il supremo matematico-enciclopedista-poeta-scrittore, surrealista e post surrealista, Raymond Queneau, sopra tutti. E Jacques Roubaud, l’altro matematico-scrittore di cui aveva tradotto per Feltrinelli “La bella Ortensia”. Non lo sono stati, né avrebbero potuto esserlo, del suo fratello-in-arte francese Daniel Pennac (foto sopra), di cui si era fatto sponsor e mediatore letterario “ricattando”, diceva lui, Feltrinelli (che se esistesse la riconoscenza dovrebbe intitolargli almeno la libreria sotto le Due Torri, e non è detto che non lo faccia) perché lo traducesse in italiano, dopo aver letto “La fata carabina”. Tutto vero. Ha fatto molto di meglio di quelle poche cose che ci passiamo di bocca in bocca da trenta, quaranta, cinquant’anni. Ma sono quelle che ci hanno fatto ridere; fiori, appunto. Cose semplici. Chi le ripete lo sa benissimo.
    Nessuno cita oggi “Blues in sedici”, il bellissimo poemetto blues che era la cosa a lui più cara (aveva ragione). Ma va bene così, dopo i fiori più semplici a chi ci ha fatto ridere, verrà il tempo dell’adesione silenziosa e commossa. Delle citazioni più importanti e strutturate, che già cominciano a farsi strada sui social. Dei fiori più profumati. Il tempo di quell’ultimo stupendo racconto di “Bar Sport 2000”, in cui dopo averci fatto ridere a crepapelle con una qualità di scrittura ormai insuperabile, racconta l’ultimo bar, e l’ultimo avventore. In una stazione qualunque, in un giorno di sole, fra tanta gente in partenza per le vacanze, un signore qualunque entra nel bar con una valigia. Si siede, poi se ne va, lasciandola lì. Dieci pagine straordinarie, di furia e sgomento, ferme sulla soglia del mistero più insolubile: cosa debba avere nella testa uno che fa una roba del genere. Ma è per cose come questa che esiste la letteratura.

    Autore

    • Guido Bassi
      Guido Bassi

      Bolognese, 70 anni, dal 1978 residente a Roma. Prima segretario nazionale ANIEM-CONFAPI, l’associazione edili di quella confederazione, quindi funzionario di vendita e formatore in campo editoriale. Per la Hachette fino al 1990, per la Treccani (agenzia per il Lazio) dopo. Laureato in giurisprudenza a Bologna. Sposato, due figli. Giovanili trascorsi studenteschi da critico cinematografico.

    Emilia-Romagna Stefano Benni Truffaut
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