Nell’era dei social al buon pezzo di carta si predilige la scrittura rapida che si perde nella frenesia del quotidiano.
Peccato, perché scrivere lettere è una forma d’arte, di espressione da tenere in vita.
La lettera è una forma di scrittura intima e personale che nasce per essere letta da solo due persone, il mittente e il destinatario e questo conferisce una totale libertà ad entrambi, specialmente nel potersi esprimere e nello scegliere la tematica da affrontare.
Scrivere è comunicare, con se stessi in prima istanza; farlo per sé, è una tappa fondamentale del processo di scrittura e diventa anche una tappa di maturazione delle idee e di interfaccia con gli altri, che ci permette di addentrarci nella nostra intimità implementando uno spazio di riflessione e autoanalisi per cui ci rende sollevati, liberi!
Una lettera scritta a mano è come un abbraccio dell’anima, un segno tangibile di connessione personale, pertanto, il destinatario sa che ogni tratto di inchiostro è intriso di autenticità, sincerità e che dietro quelle parole vi è tempo, dedizione e amore.
Il Concorso Nazionale “Lettere d’Amore dal Carcere” nasce nel 2013 durante un black out informatico, dal felice incontro fra Tonino Di Toro, all’epoca direttore di un Ente di formazione, e Massimo Pamio, presidente dell’Associazione Abruzziamoci, nonchè direttore del Museo della Lettera d’amore di Torrevecchia Teatina e dalla pronta condivisione dell’idea da parte del Dott. Enrico Capitelli e della Dott.ssa Maria Lucia Avantaggiato, Educatore e Direttrice della Casa Circondariale di Lanciano. L’esistenza del Museo e, soprattutto, del Concorso Internazionale della Lettera d’amore, che si svolgeva ormai da oltre dieci anni con grande successo quantitativo e qualitativo, ha subito motivato tutti nel provare a introdurre una medesima iniziativa nel mondo penitenziario; quel mondo volutamente ignorato dalla società civile perché rappresenta l’onta, il fallimento comportamentale, ecc.
Noi che avevamo consapevolezza dell’ambiente carcerario e dell’umanità ivi contenuta eravamo e lo siamo consci del grande bisogno di comunicazione, soprattutto affettiva, che i detenuti esprimono, proprio a causa della separazione dagli affetti, dalle persone e dai luoghi amati, siamo stati fortemente sollecitati, consci che -in pieno terzo millennio- la lettera era, in tempo pre-Covid, e lo è ancora, il principale strumento di comunicazione degli affetti.
Pertanto, il Concorso “Lettere d’amore dal carcere” si è posto l’obiettivo di intercettare la corrispondenza d’amore dal carcere, sollecitando i detenuti a compiere una riflessione su soggetti e oggetti d’amore che nella loro vita li avevano colpiti, e su esperienze d’amore che li avevano riguardati. Obiettivo di evidente e immediato alto valore, poiché interveniva in un ambiente spersonalizzante, deprivante, massificante, come il carcere, e su persone in stato di disagio e di sofferenza, e prese da tutt’altri pensieri, come i detenuti.
L’iniziativa ha subito avuto un grande successo se si considera che, malgrado la sola diffusione interna e senza grossi mezzi, sono giunte già il primo anno ben 300 opere dai penitenziari di tutt’Italia e da ogni regione. Successo che è stato confermato anche nel secondo anno, quando l’allora Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha voluto insignire il Concorso con propria Medaglia per l’alto valore sociale dell’iniziativa.
Nell’andare avanti degli anni “Il patrimonio” di lettere ricevute e quindi emozioni, riflessioni era diventato importante per cui si è deciso di condividerle con il pubblico, con l’ambiente sociale che ci circonda, con i giovani attraverso la pubblicazione di un volume che è stato presentato presso il Senato della Repubblica Italiana per volontà delle Senatrici Paola Bonetti, Emma Bonino e Stefania Pucciarelli, è stato oggetto di seminari, è stato presentato nelle scuole, nei teatri, nelle piazze, e così via.
I prodotti del Concorso “Le lettere” ci conducono in un viaggio nell’epistolario carcerario, ci portano a confrontarci con un genere, quello della lettera e in particolare della lettera d’amore, che pur sopravvive nell’ormai valicata frontiera della corrispondenza digitale (mail) e della conversazione e messaggistica social.
Il carcere è un luogo, anzi un non-luogo lontano dal mondo (e da noi), è proprio qui che troviamo gli amabili resti di uno scrivere che ormai – si deve ammettere – appartiene più al lontano passato che al nostro presente, avendone smarrito proprio noi per primi anche gli strumenti, che invece sono per chi è in cella tra gli oggetti ammessi e che possono entrarvi: carta, penna, e tempo, tanto tempo per dare forma ai pensieri, nell’ozio spesso tanto vuoto e avvilente della detenzione.
Ecco allora un viaggio per ritrovare le parole di un genere amato da artisti, scrittori, personaggi storici.
Stavolta il viaggio letterario ci porta però a conoscere qualcosa del già poco che sappiamo del carcere, della vita dei ristretti: sentimenti, ricordi, immagini, desideri e rimpianti. Cosa scrivono i detenuti? A chi indirizzano le loro lettere? Tra curiosità e commozione, si è trasportati in un universo di oggetti amati: non solo persone, ma anche animali, e poi beni, valori e vissuti che mancano forse troppo e in alcuni casi come diritti negati, malgrado la pena. La scuola, per esempio, o l’affetto dei figli, genitori anziani, mogli, compagni e compagne di vita. E ancora, il proprio paese, la casa. Naturalmente, ma non banalmente, la libertà, ecc.
Con il libro/documento, Lettere d’amore dal carcere (Ed. Nuova Gutemberg) abbiamo pensato di non disperdere il patrimonio di sentimenti, di esperienze e di vita, espresso e raccolto con le lettere d’amore giunte al Concorso e consegnare al mondo “di fuori” un patrimonio emozionale, un insieme di elementi di riflessione di alto interesse sociale. Gli eventi di premiazione vengono realizzati in teatri, aule magne, carceri, ecc. con il fine di creare un importante momento di collegamento del “penitenziario” con la realtà esterna: istituzioni e cittadini, che, così, possono conoscere e apprezzare aspetti di umanità per molti versi sconosciuti o misconosciuti.
L’iniziativa rimane unica nel panorama delle tante che si svolgono sul carcere e intorno al carcere, sia perché nata e gestita in carcere, sia perché ha quest’esclusivo tema dell’amore, che ben definisce l’oggetto, intimo e universale, dei componimenti e i contenuti della partecipazione.
Il Concorso merita di procedere e continuare poiché porta nel penitenziario, in tutti i penitenziari, la spinta ad effettuare una riflessione su persone, esperienze, momenti positivi vissuti e, dunque, consente ai detenuti di evadere dalla pesantezza della condizione detentiva e dalla sub-cultura carceraria che costringe – troppo spesso – ad abbrutirsi, ad annullare la propria sensibilità e le proprie emozioni, per far posto a sentimenti e a pensieri deteriori. Un nutrito gruppo di “scrittori” ci scrivono messaggi a latere della lettera dove esprimono ringraziamento per l’attività, per la possibilità che diamo, a loro stessi, di riflettere ed esprimere i sentimenti, anche, quelli più reconditi: una mamma scrisse che era sollevata perché “altri” leggevano/quindi conoscevano il suo dolore di donna privata di esprimere la propria maternità!