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    Home»Mondo»Gli sconvolgimenti del Presidente grizzly degli USA
    Mondo

    Gli sconvolgimenti del Presidente grizzly degli USA

    Pietro RagniDi Pietro RagniMarzo 19, 20261 VisualizzazioniTempo lettura 11 min.
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    In questi ultimi quindici mesi abbiamo assistito a tanti e tali sconvolgimenti nel mondo da esserne non solo stupefatti, ma anche intimoriti. Con questo Presidente USA è avvenuto solo l’aumento del caos e dei dolori, tanto che temiamo per il nostro futuro e per il futuro di figli e nipoti.

    Stati Uniti

    Un grizzly per presidente è una scelta che forse molti della popolazione MAGA già rimpiangono. Fra i valori più importanti in politica e in economia vi sono la stabilità e la credibilità. Sono due valori ignorati da Trump. Dal gennaio 2025 ha iniziato con una girandola di dazi minacciati, apportati, ritardati, revocati, trattati e imposti di nuovo. Risultato: oscillazioni di mercato (milionarie per chi conosceva in anticipo le mosse), confusione, forte irritazione fra i partner storici e per tutti gli stati colpiti.

    Sarebbe lunga la lista di decisioni sconcertanti succedutasi. Ricordiamo solo le azioni contro gli avversari politici; la riduzione dei fondi alle università; la lista di parole da non usare; la vergognosa “caccia” agli immigrati, anche legalizzati, per espellerli. La politica interna è culminata con i gravissimi fatti di Minneapolis: due assassini a sangue freddo di cittadini inermi e la cattura e incarcerazione di numerosi immigrati, fra cui anche alcuni bambini.

    Disordini a Minneapolis a causa delle attività violente dell’ICE

    Finalmente, dopo sconcerto e timore, in USA sono iniziate le reazioni contro questa amministrazione dissennata. Le prime manifestazioni di dissenso, poi le prese di posizione quali quelle del sindaco di Minneapolis, del governatore e dei giudici del Minnesota (che hanno liberato gran parte degli immigrati catturati), del mondo della cultura (bellissima la canzone di Bruce Springsteen), fino alla bocciatura dei dazi da parte della Corte Suprema.

    Pace non ottenuta

    Un grizzly Premio Nobel per la pace dopo un anno sarebbe stato un beffardo record. A prescindere alcuni teatri bellici meno gravi, dove pure Trump è intervenuto in maniera maldestra, due erano gli obiettivi prioritari: Ucraina e Gaza. Per entrambi l’approccio è stato quello di mostrarsi a favore del più potente a discapito del più debole. La guerra continua sui due fronti.

    Non dimenticheremo l’”agguato” congegnato ai danni di Zelensky con la conferenza stampa e il “buzzurro” (hillbilly)[1] J.D. Vance nel ruolo di provocatore. Dopo essersi di fatto accordato con la Russia, Trump ha provato a forzare la mano, anche togliendo il supporto militare USA. La serena fermezza del Presidente ucraino, l’eroicità della popolazione ucraina e l’intervento dell’Unione Europea, hanno impedito una resa incondizionata. Poi le menzogne e l’inaffidabilità di Putin hanno forse fatto comprendere al Presidente americano di esser stato preso in giro.

    Per il massacro a Gaza il cosiddetto “Piano di Pace” firmato a Sharm el-Sheik ha quanto meno rallentato le uccisioni quotidiane. È però stata ignorata l’esistenza stessa del popolo palestinese. Alla firma del documento non c’era neanche Netanyahu sia perché non voleva legittimare Hamas sia perché la sua presenza non era gradita da alcuni presidenti arabi. La situazione di fatto è in stallo e nel frattempo i coloni israeliani compiono quotidiane efferatezze nella Cisgiordania.

    Incontro a Sharm el-Sheik per firmare il cosiddetto “Piano di Pace”

    La trovata affaristica del “Board of Peace”, presieduto a vita da Trump, oggettivamente è servita solo per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica da altri gravi accadimenti. Inoltre è un’altra iniziativa per depotenziare le Nazioni Unite dopo aver deciso di far uscire gli USA da 66 agenzie UN, congelato i fondi e irriso il Consiglio di Sicurezza inviando a presiederlo sua moglie, Melania.

    Europa sbeffeggiata

    Trump ha firmato il National Security Strategy nel novembre 2025 sintetizzando l’approccio della sua amministrazione su vari argomenti di politica interna ed estera; ne abbiamo parlato in queste pagine. Ha confermato un atteggiamento di astio verso il Vecchio Continente, ignorando come interlocutore l’Unione Europea. Vorrebbe avere rapporti solo con i singoli stati e continua a supportare i partiti di destra e neo fascisti in tali stati.

    Tratto di costa della Groenlandia (da Wikipedia)

    Infine, per effettuare un’operazione di disinformazione, subito dopo l’attacco al Venezuela, Trump ha lanciato l’imperativo: “la Groenlandia deve appartenere agli Stati Uniti … poiché il mondo reale è governato dalla forza”. Ha così incrinato ulteriormente la fiducia dell’Europa negli USA. I politici dell’isola artica hanno affermato di sentirsi europei e di non voler essere invasi dagli americani. Dopo l’intervento minaccioso a Davos, della Groenlandia si è dimenticato…

    Venezuela depredato

    Gli sconvolgimenti più gravi sono avvenuti in questi primi mesi del 2026, con la palese dimostrazione che gli USA volutamente violano il diritto internazionale. A gennaio l’attacco improvviso in Venezuela con la cattura del presidente Maduro e della moglie, ora in carcere negli USA. Come abbiamo scritto, ciò è stato possibile grazie a contatti segreti a monte del blitz che hanno garantito l’incolumità totale dei militari USA. Hanno permesso anche un rapido cambio di gestione del paese, pur nella continuità, sotto una diretta tutela americana. L’obiettivo si è subito compreso: era quello di impadronirsi della produzione di petrolio. Come hanno stigmatizzato anche i Vescovi venezuelani; un affare miliardario per Trump e gli USA. Nessun miglioramento per la popolazione venezuelana, ancora prostrata dopo una dittatura inqualificabile, il cui anelito alla democrazia non viene affatto considerato.

    Iran sotto i bombardamenti

    Difficile invece comprendere l’obiettivo vero dell’attacco all’Iran, per altro compiuto mentre i negoziati erano in corso. Pare sia stato lanciato da USA e Israele appena sono stati sicuri di uccidere con i primi bombardamenti la Guida Suprema Ali Khamenei. In effetti è avvenuto il 28 febbraio scorso.

    Era al potere dal 1989, ha operato in modo odioso e criminale, perseguitando gli oppositori, ma anche gli iniziali alleati contro lo Shah. Poi persecuzioni per chi manifestò con l’Onda Verde, che nel 2009 contestava la rielezione probabilmente fraudolenta di Ahmadinejad a presidente. Tante condanne a morte comminate agli omosessuali e ai credenti di altre religioni.

    Le mani di Khamenei erano sporche anche del sangue di Masha Amini, del movimento Donna, Vita, Libertà nel 2022 e delle migliaia di ragazzi e ragazze uccisi negli ultimi mesi, durante le proteste.

    Cenotafio di Masha Amini (da Wikipedia)

    Posso testimoniare che già 15 anni fa la teocrazia era molto odiata nel paese dai cittadini angariati dai pasdaran e basiji. Sono una specie di polizia paramilitare che dipende solamente dalla Guida Suprema ed è diventato anche uno dei gruppi d’affari maggiori in Iran.

    Nessuno versa lacrime per Khamenei e i suoi accoliti uccisi, pur se son sempre vite spente in maniera violenta. Resta la palese violazione del diritto internazionale, come con l’attacco in Venezuela. In questo caso essa è resa molto più grave dal fatto che giornate di bombardamento hanno sì colpito i siti di produzione dell’uranio arricchito, ma anche le istallazioni militari e paramilitari e, inevitabilmente, anche molte costruzioni civili provocando ormai migliaia di morti, fra i quali le ragazzine della scuola elementare di Minab.

    Un connubio indissolubile

    È accettabile che un solo uomo, senza consultarsi neanche con i partner storici, possa bombardare il paese malcapitato di turno? Che sacrifichi migliaia di vite ai suoi interessi? Che minaccia i partner che non si allineano prontamente alle sue scelte nefande, come ha fatto Sanchez per la Spagna?

    In particolare sfugge il disegno che ha portato a far partire l’attacco congiunto di USA e Israele contro l’Iran. Israele era preoccupato dal possibile raggiungimento delle condizioni per confezionare una bomba nucleare dall’Iran.

    Non vi erano evidenze che l’arricchimento dell’uranio fosse stato conseguito, ma già nel 2024 e nel 2025, con gli USA, Israele aveva effettuato bombardamenti sui centri di produzione nucleare iraniani. Questo obiettivo prioritario per Israele è comprensibile tenendo conto del fatto che l’Iran ha finanziato e fomentato gli Hezbollah in Libano, gli Houti in Yemen e, soprattutto, Hamas a Gaza, gli autori dell’orrendo pogrom del 7 ottobre 2023.

    Un secondo obiettivo di Israele, esplicitatosi come conseguenza, è stato quello di colpire in Libano i nemici finanziati dall’Iran e ora indeboliti. Negli ultimi giorni è iniziata l’operazione sul terreno con l’occupazione di parte del sud del Libano e la fuga verso il nord di circa un milione di civili sfollati per evitare i bombardamenti.

    Ha un obiettivo Trump?

    Quale è l’obiettivo di Trump? Nel 2025 aveva bloccato Netanyahu facendo terminare la “guerra dei 12 giorni”. Perché ora partecipa in pieno ai bombardamenti, nonostante le prevedibili risposte scomposte dell’Iran?

    Senz’altro supportare Israele, senz’altro minimizzare il potenziale offensivo dell’Iran che produce i droni che ha consegnato anche alla Russia. Distruggere i missili balistici a raggio medio e intermedio, per cui in grado di arrivare a più di cinque mila chilometri di distanza.

    Colonna di fumo dopo un bombardamento su Teheran – 13/3/2026

    Non sembra che queste motivazioni siano sufficienti per scatenare una guerra di queste dimensioni. Sicuramente sono in contrasto con le promesse al popolo MAGA di non intervenire militarmente all’estero.  Alcuni parlano di possibili condizionamenti, se non ricatti, da parte di Netanyahu o da parte del Mossad o da parte della lobby ebrea che ha finanziato la rielezione di Trump in particolare sugli aspetti scabrosi dell’affaire Epstein.

    L’Iran ha da subito puntato ad allargare la guerra ad altri paesi, infatti ha lanciato droni e missili contro gli Emirati, l’Oman, l’Arabia Saudita, l’Azerbaijan e addirittura Cipro. Ha anche minacciato possibili attacchi terroristici in Europa. Si poteva immaginare prima. Inoltre ha di fatto bloccato Hormuz e tutto il traffico di petrolio di quell’area strategica per gran parte del mondo.

    La cosa veramente grave è che non c’è una ipotesi di termine del conflitto. Non ci sono possibili governanti estranei al cerchio dei fanatici ayatollah che possano ridare la democrazia all’Iran. Vista la grandezza e la popolosità del paese non è pensabile un intervento via terra. La guerra continuerà molto tempo, non a caso il Dipartimento della guerra ha chiesto al Congresso 200 miliardi di dollari per continuare l’offensiva contro l’Iran. Vari segnali chiariscono che la teocrazia iraniana intende continuare a governare immutata e la popolazione è angariata oggi ancora più di prima.

    Cina

    Ovviamente fra i più critici per questa guerra nel Medio Oriente vi sono la Russia, alleata da tempo con l’Iran, e la Cina che è il paese maggiormente rifornito di petrolio iraniano. Se la prima può essere relativamente ignorata, visto come si è comportata nei negoziati per l’Ucraina e visto che sta guadagnando dal rialzo del prezzo di petrolio e gas, la Cina non può essere messa in un angolo. Essa compra l’80% della produzione iraniana a prezzi scontati, dopo il blocco del Venezuela, questo è un problema per un’economia in crescita come quella cinese.

    Le Grande Muraglia, simbolo della Cina (Foto Wikipedia)

    Già la Cina è fortemente delusa dall’avventura mal gestita da Putin con l’Ucraina. Il dittatore è partito con un’occupazione di ampia scala puntando sul fatto che Zelensky se ne sarebbe scappato e le forze armate avrebbero potuto imporre un presidente fantoccio a Kiyv in pochi giorni. Da quattro anni i russi sono stati cacciati da gran parte del paese, sono stati scoperti gli orrendi crimini compiuti sui civili ucraini, la battaglia continua solo nel Donbass e a livello mondiale la Russia di Putin è sinonimo di dittatura criminale e inetta. Di fatto la piccola Ucraina ha già vinto, qualunque possa essere la concessione necessaria per la pace finale. La Russia dunque non è una potenza credibile.

    Potrebbe essere strategico un rapporto rinforzato con gli USA, dopo il recente primo accordo con l’India.

    Incontro USA e Cina

    A fine marzo ci sarà l’arrivo di Trump a Pechino. La popolazione cinese è ormai abituata ad un mercato interno relativamente libero che è sostenuto grazie a fonti energetiche a buon prezzo. La situazione del paese è stabile, il PCC governa con relativa moderazione da trent’anni, vi è una super-produzione che necessita situazioni di normalizzazione in occidente per le esportazioni, anche dopo il recente accordo con l’India. Infine l’approccio cinese è fatalista, punta sui decenni, Trump invece già ha una scadenza in autunno e comunque non potrà essere rieletto.

    L’obiettivo dell’incontro forse era quello di ridisegnare il nuovo ordine del mondo incentrato su due super-potenze: gli USA e la Cina. Essersi imbarcato in un disastro senza exit strategy in Iran indebolisce la posizione di Trump. Credibilità zero, nemici anche fra quelli che erano alleati, crisi mondiale per il costo delle fonti energetiche, scontento fra gli americani che già contano i morti e nuovi problemi economici.

    Possiamo prevedere che il Dragone tratterrà il Grizzly come un incomodo e pericoloso animale feroce da tener buono finché finirà da solo fra le sbarre.

     

     

    [1] Epiteto con cui il Vicepresidente USA chiama con orgoglio sé stesso nel suo libro “Elegia Americana”. Il termine individua i bianchi poveri, in genere di origine scozzese o irlandese, che dai Monti Appalachi a metà Novecento si trasferirono nelle città industriali del Midwest. Essi e i loro figli erano derisi perché considerati ignoranti, violenti e incivili.

     

     

     

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    Pietro Ragni

    Primo tecnologo dell’ISB-CNR, responsabile brevetti per il Dip. Agro-alimentare CNR e del monitoraggio radon presso la Camera dei deputati. Presidente di Erfap Lazio. Direttore del Consorzio universitario INBB; autore di numerosi articoli e libri scientifici, articoli di divulgazione e un brevetto. Cofondatore di dieci spin off in Bio-scienze. Esperto di valutazione e gestione progetti europei.

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