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    Home»Culture»Arte e Mondo: quale dialogo? La realtà rappresentata / 4
    Culture

    Arte e Mondo: quale dialogo? La realtà rappresentata / 4

    Michele MontellaDi Michele MontellaMaggio 20, 202663 VisualizzazioniLettura 4 min.
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    Mark Rothko a Firenze presso Palazzo Strozzi
    Mark Rothko a Firenze presso Palazzo Strozzi
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    In margine alle due mostre di Roma sui Faraoni e di Firenze su Rothko

    Roma mostra Tesori dei Faraoni
    Roma mostra Tesori dei Faraoni

    A Roma e a Firenze due grandi mostre interrogano il modo con cui guardiamo il mondo e la realtà circostante. Si tratta di Tesori dei Faraoni a Roma presso le Scuderie del Quirinale (fino al 14 giugno) e Mark Rothko a Firenze presso Palazzo Strozzi, al Convento di San Marco e alla Biblioteca Laurenziana (fino al 23 agosto). Due allestimenti diversissimi, ma accomunati dalla tensione a comprendere l’uomo dentro la storia.

    A noi, che guardiamo estasiati o magari turbati le opere esposte, viene chiesta una vicinanza fisica, una interlocuzione tra sguardo e forme e una specie di viaggio tra il fuori e il dentro degli spazi che abitiamo ordinariamente. Percepiamo la figurazione, i segni sulla tela e i colori, l’oggettività della materia, ma anche la soggettività del simbolo. Stiamo dentro ad una comunicazione umana senza confini, come i custodi di un segreto bisogno di armonia, che pure si fa strada nei poveri percorsi di un oggi disperato e frammentato.

    Anche a chi non interessano le questioni estetiche o a chi non è esperto d’arte, l’opera che sta lì, di fronte ai suoi occhi, immobile o desiderosa di un bisogno di movimento, come i prigioni michelangioleschi, chiede di svelare i motivi della nostra presenza nel mondo. Non c’è altro interesse se non quello di appropriarsi delle chiavi della contemporaneità, dentro un contesto problematico nel quale si fa fatica ad orientarsi.

    A dirla più semplicemente: cosa ha a che fare l’oggetto in esposizione con il fatto che io sono qui a poche ore dagli strazi di Gaza, che osservo le miserabili condizioni di tre quarti dell’umanità o, più vicino, i deliri di una classe politica inane, sorda alle necessità delle persone più deboli?

    Ci si sente come i prigioni di Michelangelo, frenati da una massa potente di marmo in uno strenuo sforzo di vincerla e uscire alla libertà. Ecco, forse questa è l’immagine più bella di quale sia il ruolo dell’arte nel rapporto con la realtà: un prigioniero che si dibatte nel tentativo di partecipare del suo tempo. È come se l’opera, lontana o prossima alla propria esperienza, si vestisse di simultaneità con il me stesso di oggi; entrasse per una visita nella cittadella interiore e mi chiedesse aiuto, manifestando una condivisione che non risolve i problemi, ma li esprime.

    A Roma nell’approssimarsi alle sculture e agli affreschi egiziani, risuona nelle sale delle Scuderie il silenzio dei millenni di fronte agli occhi calmi e autorevoli, forse di un’insondata solitudine, della maschera in oro del faraone Amenemope. Cosa può volermi dire costui da un’epoca immemorabile di 1069 anni prima di Cristo? Richiama, forse le stagioni perenni, uguali alle nostre, uno ieri come un domani, quando anche noi eleviamo affranti la drammatica preghiera al sole contenuta nel Libro dei Morti: “Sono venuto anche io da te per essere con te e vedere il tuo Disco ogni giorno: fa che io non sia trattenuto, fa che io non sia respinto”.

    Anche a Firenze, in questa primavera inoltrata, un autore difficile ed enigmatico come Rothko esplora il trascendente, colloquiando con Beato Angelico.

    Tocchiamo qui un altro aspetto di questo vasto tema del rapporto tra arte e mondo e anche questa volta vogliamo solo riportare un esempio, di come queste opere intercettino l’inesausto anelito ad abitare lo spazio vitale della quotidianità.

    Né l’Angelico, né Rothko, credono nell’arte come specchio della realtà, teoria ormai desueta a cui neppure i rinascimentali, legati all’idea platonica della figurazione, prestavano tanto orecchio. Essi si rifanno invece all’esplorazione dell’invisibile e del nascosto che permea buona parte della storia dell’arte. L’umanista allora, come il cittadino oggi, tiene in sé il sogno di una società, che sia convivialità delle differenze; egli si interpreta come mattone di una costruzione comunitaria. Infatti, nelle cellette del Convento fiorentino di San Marco l’astrattismo di Rothko conversa con gli affreschi a tema religioso del Beato Angelico, in un dialogo che sfida i secoli e che consiste proprio nel proporre dal nuovo la realtà, svincolata dalla regola mimetica e collegata solo dalle campiture di colore all’universo umano della condivisione. Il frate lieto e l’angelo che si abbracciano nel paradiso ritrovato dell’Angelico sono gli stessi che, nel colore astratto di Rothko, ritrovano la forza della pittura quando accoglie i morti e motiva i vivi. In un ininterrotto dialogo di civiltà.

    Autore

    • Michele Montella
      Michele Montella
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