Autore: Guido Bassi

Bolognese, 70 anni, dal 1978 residente a Roma. Prima segretario nazionale ANIEM-CONFAPI, l’associazione edili di quella confederazione, quindi funzionario di vendita e formatore in campo editoriale. Per la Hachette fino al 1990, per la Treccani (agenzia per il Lazio) dopo. Laureato in giurisprudenza a Bologna. Sposato, due figli. Giovanili trascorsi studenteschi da critico cinematografico.

Lo avevo conosciuto a Bologna nel 1972, proprio nei giorni (ma ancora non lo sapevo) in cui nasceva TUTTI. Adelio Ferrero, che allora teneva un corso di cinema al DAMS, lo aveva invitato per un seminario di tre giorni, con proiezioni al S. Martino di via Oberdan. In quei pomeriggi, a un pubblico di studenti e interessati a vario titolo, presentò tre film: “Gli occhi non vogliono chiudersi in ogni tempo”, da “Othon”, dramma seicentesco di Pierre Corneille; “Lezioni di storia” (da “Gli affari del signor Gulio Cesare”, di Bertolt Brecht) e un corto di 15 minuti in cui due…

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Viene sempre il momento di fare i conti, e in guerra i conti sono sempre tristi. Per me tutte le guerre sono cattive. Non esistono buone guerre e non credo che esista un soldato pronto a darmi torto (J. Steinbeck.) Un articolo sulla guerra in Ucraina scritto una settimana prima della pubblicazione ha un’alta probabilità, nel momento in cui viene letto, di essere superato dagli eventi. Meglio rimanere ai fondamentali: la guerra oggi, dopo (e al posto di) quelle mondiali. Che rimarranno due, ancora per molto tempo. La più lunga, sporca, sanguinosa e coinvolgente di queste guerre è quella che…

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“Come potevamo noi cantare / con il piede straniero sopra il cuore?” Il piede non è straniero, ma due registi iraniani attualmente in carcere (Giulia Della Michelina su MicroMega) si occupano da anni di rispondere alla domanda posta da Quasimodo in “Alle fronde dei salici”, applicata al vivere sotto “democratura” teocratica. Sono Mohammad Rasoulof e Jafar Panahi. Alternano anni di libertà vigilata con divieto di lavoro e di espatrio ad altri di carcere vero e proprio. Protetti nell’integrità fisica perché troppo conosciuti, ma sorvegliati e vessati, finora erano riusciti comunque a vivere in una sorta di clandestinità operativa, forzando le…

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Si chiamava Marie Luise Cruz, figlia di un Apache e di una donna “bianca” che siccome in Arizona i matrimoni misti erano illegali a sposarsi erano dovuti andare in California. Un’infanzia difficile, con un padre alcolizzato e violento, una madre poco responsabile, la tenda a ossigeno a tre anni per tubercolosi, i nonni come famiglia. Una vita da riserva indiana. Graziosa e minuta, i primi passi come modella e attrice e poi l’attività politica per i diritti della sua gente, che a vent’anni le procura le prime conoscenze importanti nel mondo del cinema. Niente di che, simpatie e basta: prima…

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EMMA In un’altra parte del sito trovate un mio articolo recensione sul “Signore delle formiche” di Gianni Amelio. Sollecitato a scrivere qualcosa di politico, parto da lì. Da un film politico. Come tutti, neanche questo film mantiene, per tutta la sua durata l’intensità delle sue scene madri, e questo è ovvio. Un’opera lirica non è fatta solo di romanze. Ci sono scene e sequenze che portano avanti la storia e nascondono qualche insidia. Quella davanti al Palazzaccio collega il dentro e il fuori del processo. “Abbiamo una lista di firme lunga un chilometro” urla al megafono Graziella (Sara Serraiocco), la…

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Fu celebre, a suo tempo, una battuta di Romolo Valli sul set di “Novecento”: “Attento, Bernardo, che troppi ‘hommages’ fanno un ‘plage'”. Ecco, questo, più o meno, era il plagio, un po’ per tutti, fino a non molto tempo fa. Ma il reato che fino al 1981, quando fu abolito dalla Corte Costituzionale, l’articolo 603 del codice penale designava come “plagio” nulla aveva a che vedere con la tutela della proprietà intellettuale. Ricalcato su un istituto del diritto romano che colpiva chi riduce in schiavitù un uomo libero, questo reato, assente dal codice Zanardelli, estendeva l’antica ipotesi della riduzione in…

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Tre settimane in un’altra città. XXXVI edizione del Festival del Cinema Ritrovato a Bologna. Tre settimane in un’altra città, nella fattispecie la propria. Macchina sotto casa, da oggi solo autobus. “Sembra, facile” diceva l’omino coi baffi di un famoso Carosello. Sembra. Perché devi sapere (Aznavour) che da giorni, per lavori, il tratto Porta S. Stefano – Piazza Malpighi è chiuso agli autobus diretti in centro. Poco male, dal lunedì al venerdì. Malissimo nel fine settimana, quando a questo intoppo si somma quello costituito dal partito preso della “T” pedonale: la chiusura festiva e prefestiva del tratto interno della via Emilia…

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Do your movie yourself. Il primo a fare di una triade di cineasti un’unità semiologica fu Umberto Eco, in uno dei più irresistibili fra i pastiches del primo “Diario minimo”, “Do your movie yourself” (1972): “Nel 1993, con l’adozione definitiva del videoregistratore negli stessi uffici del catasto, entrarono contemporaneamente in crisi e il cinema commerciale e l’underground. La ‘prise de la parole’ aveva ormai trasformato l’attività cinematografica in una pratica a disposizione di tutti e ciascuno si guardava il proprio film, disertando le sale cinematografiche. Le nuove tecniche di riproduzione e proiezione per cassetta da inserirsi nel visore sul cruscotto…

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Premessa.  Il 20 maggio 1950 “Il Mondo” di Mario Pannunzio pubblicava una lettera a sei firme: Corrado Alvaro (fra i fondatori, un anno prima, del giornale), Carlo Levi, Elsa Morante, Alberto Moravia, Umberto Morra (il conte U. M. di Lavriano, biografo di Piero Gobetti), Toti Scialoja. Oggi possiamo trovarla nell’einaudiano “La vita nel suo movimento. Recensioni cinematografiche 1950-1951” di Elsa Morante, che forse l’aveva redatta. “Caro direttore, poche sere or sono, alla presenza di alcuni artisti, scrittori e critici, venne proiettato a Roma, in una piccola sala privata, il film “La terra trema” di Luchino Visconti”, iniziava la lettera, che…

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C’è un luogo del nostro cuore al quale siamo stati strappati bambini, e non sempre è stata la storia a incaricarsi di farlo. E’ il momento in cui siamo diventati “grandi”, ancorché piccoli, e al quale siamo condannati a ritornare con rinnovato dolore e dolcezza: quello che precede la scoperta del “tradimento” materno: “Loro due: moglie e marito / Io non son che il figlioletto” (Queneau, “Quercia e cane”, trad. Sebregondi). Un sentimento che i greci chiamavano appunto nostalgia, dolore del ritorno, ci porta spesso a rimpiangere epoche e tratti di vita solo intuita, fissata nella memoria come in…

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